Non e’ la prima volta che leggo su Identita’ Golose qualche commento riguardo la Spagna e la cucina spagnola. Di solito lascio perdere perche’ i campanilismi (da entrambe le parti) lasciano il tempo che trovano. Oggi pero’ mi ha colpito il fatto che, da una parte, si punti il dito contro il modus operandi francese e, dall’altra, si cade nello stesso errore. Io ho sempre pensato che la cultura della tavola debba essere un’occasione per crescere insieme, anche nella conoscenza reciproca, e non nel mors tua vita mia. Mi ha colpito in particolar modo l’affermazione “pure dalla Spagna”. E, ripeto, non e’ la prima volta su Identita’ Golose. Che ce l’abbiano con Ferran Adrià e tutta la nuova schiera di chef spagnoli che vincono premi in tutto il mondo? Non saprei, ma mi sembra che, oggigiorno, siano superati i tempi in cui la “vera gastronomia” fosse esclusivita’ dell’Italia o della Francia, semmai lo sia stata.

Ma chissa’ se non mi sbaglio… Chissa’ se noi spagnoli non dobbiamo imparare a nostra volta a fare del “sano” campanilismo, visto che siamo da sempre parecchio esterofili e con il brutto vizio di prediligere le tendenze che vengono da fuori (pensate che stupida, e’ uno dei tratti che piu’ mi piacciono del mio paese: la nostra apertura). L’esterofilia sara’ forse derivante dal complesso di inferiorita’ che ci portiamo appresso dai tempi della perdita delle ultime colonie, Filippine e Cuba, e che ha dato vita a un movimento come e’ stato la Generazione del 98 e dalla dittatura di Franco, che ci ha resi effettivamente il fanalino di coda dell’Europa per tanti anni). Ma pure troppo esterofili, mi sa…

Vero e’ anche che non se la prendono mai con la cucina belga o polacca. Come al solito, la tendenza e’ quella di attaccare chi vedi come un rivale effettivo che ti fa ombra. Un comportamento da squadre di calcetto del quartiere o da soubrette, ma non da professionisti del settore.

Da Identita’ Golose

Mi ha messo di ottimo umore la lettura delle reazioni italiane all’affermazione di Nicolas Sarkozy. Non al “povero coglione” rivolto a chi lo aveva appena insultato, ma al “La nostra cucina è la migliore del mondo”, tanto che chiederà all’Unesco che diventi patrimonio dell’Umanità. In tanti lo hanno accusato di arroganza, cosa peraltro congenita nei nostri cugini, ricordandogli, ad esempio, che l’Italia vanta 166 specialità agroalimentari di qualità riconosciute dall’Unione Europea contro le 156 dell’Esagono.
A parte che, come a volte succede con le azioni in borsa, anche le Dop andrebbero pesate, Sarkozy ha pure precisato “almeno secondo il nostro punto di vista”. E poi cosa dovrebbe dire il presidente francese? Che la più grande cucina al mondo è quella italiana, spagnola o cinese?
Il problema siamo noi italiani che manteniamo una casta ingorda, ma non siamo in grado di esprimere politici e amministratori che diano alla cucina il suo giusto valore. E ci incavoliamo con il Sarkozy di turno se fa il suo lavoro. Gualtiero Marchesi ha osservato che “In Italia un fatto del genere non succede” e Moreno Cedroni ha sottolineato come “le loro istituzioni sostengono al meglio l’enogastronomia, mentre noi dobbiamo fare tutto da soli: su questo abbiamo ancora tanta strada da fare”.
Verissimo, al punto da esserci già fatti superare, nella corsa alla superpatente di qualità, pure dalla Spagna, che ha chiesto la tutela della dieta mediterranea, e dal Messico che perora la causa della sua gastronomia. Il giorno che l’idea verrà anche ai governanti di Andorra, forse succederà qualcosa anche a Roma dove, peraltro, i vertici di BuonItalia, “la società per la promozione, l’internazionalizzazione e la tutela dell’agroalimentare italiano, promossa dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali nel luglio 2003”, a chi hanno chiesto di preparare la America’s 1,000 Top Italian Restaurants, presentata ieri a New York? Alla Zagat. A quando una guida ai ristoranti italiani in Francia commissionata alla Michelin? Bravi, continuiamo a farci del male.
Paolo Marchi